Vampire Effect: perché il testimonial più famoso è quasi sempre quello sbagliato
Facciamo una prova veloce. Pensa all'ultimo spot con una celebrity che hai visto passare in TV o tra le storie di Instagram. Ora prova a ricordare quale prodotto stesse pubblicizzando. Se ci hai messo più di due secondi, hai appena sperimentato di persona il Vampire Effect, che è probabilmente il problema più costoso e meno discusso di tutto il celebrity endorsement.
Il meccanismo del testimonial, per anni, è stato lineare e piuttosto rassicurante per chiunque dovesse approvare un budget: si sceglieva un volto noto, si scriveva uno script, si girava lo spot e lo si mandava in onda nella pausa del telegiornale sperando che il pubblico associasse quella faccia al prodotto. Funzionava perché lo spettatore stava fermo sul divano e non aveva modo di rispondere. Poi sono arrivati i social e quella dinamica si è incrinata parecchio, perché il pubblico ha iniziato a commentare, a ironizzare, a rimontare gli spot e in certi casi ad anticipare le mosse dei brand prima ancora che i brand se ne accorgessero.
Il 2026 ci ha regalato due casi che raccontano bene questa transizione, e vanno in direzioni opposte. Da un lato David Beckham, che durante i Mondiali è comparso in undici campagne diverse. Dall'altro HONOR, che con Gerry Scotti ha costruito "Fatti un film", una campagna dove il pubblico ha materialmente scritto la trama. Stesso strumento, due filosofie lontanissime, risultati altrettanto distanti in termini di ricordo del brand.
Che cos'è il Vampire Effect nel marketing
Il Vampire Effect è il fenomeno per cui un testimonial troppo noto o troppo carismatico assorbe l'attenzione dello spettatore e lascia il prodotto sullo sfondo. Il pubblico ricorda perfettamente il volto, la battuta e la gag, ma non riesce ad attribuire lo spot al brand che lo ha pagato.
Il nome è volutamente teatrale, però descrive bene la dinamica: la celebrity succhia tutta l'energia della comunicazione e il marchio resta esangue in un angolo dell'inquadratura. Non è un rischio teorico da manuale universitario, si manifesta con una regolarità quasi noiosa ogni volta che un brand punta tutto sulla popolarità di una faccia senza integrarla davvero nella narrazione.
L'errore di fondo è sempre lo stesso, e viene commesso da aziende con reparti marketing molto strutturati: si dà per scontato che la sola presenza della celebrity basti a garantire il risultato commerciale. Il problema è che l'attenzione e l'attribuzione sono due metriche diverse, e il celebrity endorsement tende a comprare la prima illudendosi di aver comprato anche la seconda.
Il caso David Beckham: undici brand ai Mondiali 2026 per un solo volto

David Beckham ha smesso di giocare a calcio nel 2013. Ai Mondiali del 2026 ha avuto più minuti in video di metà dei calciatori effettivamente in campo, il che è già di per sé un dato che meriterebbe un articolo a parte.
I brand che lo hanno ingaggiato per il torneo sono stati undici: Adidas, Bank of America, EA Sports, Home Depot, Lay's, Lenovo, McDonald's, Ninja Kitchen, Pepsi, Stella Artois e Verizon. In un singolo intervallo pubblicitario uno spettatore americano poteva vederlo comprare un elettrodomestico, girare per una catena di bricolage e aprire un sacchetto di fast food nel giro di pochi minuti. Le stime parlano di circa 25 milioni di dollari incassati dalle sole sponsorizzazioni legate al torneo, cifra che lo ha reso uno dei maggiori vincitori commerciali di una competizione a cui non ha partecipato.
L'esclusiva di categoria e il paradosso che nessuno aveva previsto
Qui c'è il dettaglio che rende il caso interessante dal punto di vista strategico, e che nella maggior parte dei commenti è passato inosservato. Ogni singolo brand aveva negoziato l'esclusiva di categoria: Beckham non poteva rappresentare un'altra birra oltre a Stella Artois, un'altra banca oltre a Bank of America, un'altra marca di patatine oltre a Lay's.
Tutti si erano quindi protetti dai concorrenti diretti, che è la prassi standard nello sport marketing. Nessuno, però, si era protetto dalla saturazione, perché non esiste una clausola contrattuale che ti tuteli dal fatto che lo stesso volto stia vendendo altre dieci cose completamente diverse nella tua stessa finestra di cinque settimane.
Il risultato è abbastanza prevedibile a posteriori. Quando la stessa faccia compare in ogni pausa pubblicitaria per aziende che non hanno niente in comune, il consumatore smette progressivamente di associarla a un marchio specifico e la archivia mentalmente come testimonial universale, quello che sponsorizza tutto. Il ricordo del brand si sgretola, l'attribuzione crolla e undici investimenti importanti finiscono in buona parte per neutralizzarsi a vicenda. Paradossalmente, più il volto era universalmente gradito, più era esposto a questo rischio.
Zlatan Ibrahimovic e il personal brand troppo forte per essere condiviso

Il caso di Ibrahimovic è più sottile e per certi versi più istruttivo, perché non dipende dal numero di contratti ma dalla natura del personaggio. Nel giro di pochi anni ha prestato il volto a settori lontanissimi tra loro: Sky Wifi da gennaio 2022 con il claim sulla fibra forte come Ibra, Very Mobile da marzo dello stesso anno con lo spot su "Very Cool" e l'incontro a sorpresa con Totti, e poi XTB, che lo ha nominato global brand ambassador per quattordici mercati.
Cambiano i settori, cambiano le agenzie, cambiano i budget. Non cambia mai lo schema comunicativo, fatto di autoironia sull'ego smisurato e di una presenza scenica che tende naturalmente a sovrastare qualunque cosa gli stia attorno. Il pubblico ricorda benissimo la battuta e l'atteggiamento sopra le righe che hanno reso Ibra un personaggio amato anche fuori dal calcio, molto meno quale offerta telefonica o quale piattaforma di investimento fosse al centro dello spot.
È il paradosso tipico di un personal brand troppo definito per essere condiviso: funziona benissimo per la celebrity, che a ogni campagna consolida ulteriormente la propria immagine pubblica, e molto meno per l'azienda che ha investito per veicolare un messaggio commerciale suo. Detto in modo brutale, in quegli spot il brand è ospite in casa d'altri.
Testimonial o influencer? Dipende da dove sei nel funnel
Prima di arrivare al caso HONOR vale la pena chiarire una cosa, perché è la domanda che nella pratica precede tutte le altre. Scegliere tra una mega-celebrity e un pool di micro-influencer non dovrebbe mai essere una questione di gusto personale o di budget disponibile in quel trimestre, ma di obiettivo di funnel. Nella realtà, va detto, succede spesso il contrario.
Se l'obiettivo è costruire notorietà in tempi rapidi, generare copertura mediatica gratuita e occupare uno spazio percettivo ampio, la mega-celebrity resta lo strumento più efficace che esista. Il suo volto produce earned media senza che l'azienda debba spendere un euro oltre al cachet già pattuito, e questo è un vantaggio difficile da replicare in altro modo.
Se invece l'obiettivo è convertire su nicchie specifiche, il ragionamento si ribalta. Un pool di micro-influencer, ciascuno con una community piccola ma coesa, genera un livello di fiducia che nessuna celebrity può replicare parlando a un pubblico enorme ma generico. La tabella qui sotto riassume le differenze principali, così da avere un riferimento rapido in fase di pianificazione.
La verità, come spesso accade, è che non sono alternative ma strumenti per fasi diverse. Il problema nasce quando si usa la celebrity per ottenere risultati che solo la nicchia può dare, o viceversa.
Come HONOR ha evitato il Vampire Effect con Gerry Scotti
HONOR ha preso una strada abbastanza diversa dal classico endorsement televisivo. Attorno a Gerry Scotti non ha costruito uno spot, ma un ecosistema narrativo distribuito su tre episodi per il lancio della serie HONOR 600. La differenza, però, non sta nella scelta del volto: sta in tre decisioni prese prima e durante la campagna.
Prima il social listening, poi il contratto
La parte più interessante dell'operazione non è tanto chi è stato scelto, quanto il momento in cui è stato scelto. HONOR ha guardato i social prima di muoversi e ha notato che Gerry Scotti era già protagonista spontaneo di un fenomeno memetico generato dagli utenti con l'intelligenza artificiale, quello che in rete viene chiamato Gerryverso: un universo parallelo di cover, parodie e video generati in cui film, canzoni e attualità hanno un unico volto e un'unica voce.
E non è una moda dell'ultimo mese. Già nel 2023 Scotti aveva vinto il premio come personaggio più "memato" dell'anno, e invece di prendersela con i deepfake amatoriali aveva fatto l'esatto contrario, aprendo un secondo profilo dedicato proprio ai meme e giocando con i fan più giovani. Il termine Gerryverso circola da allora, tanto che lo usa lui stesso.
Il brand quindi non ha inventato un personaggio dal nulla, operazione molto più rischiosa e molto più costosa. Ha preso un trend subculturale già vivo, coltivato dalla community negli anni precedenti, e lo ha istituzionalizzato agganciandolo a una funzione di prodotto. Ed è esattamente questa la differenza tra affinità culturale reale e popolarità generica, che è poi la prima difesa contro il Vampire Effect: se il pubblico ha già costruito qualcosa attorno a quel volto, il brand entra in una conversazione che esiste invece di doverne fabbricare una.
Il prodotto come motore della storia: AI Image to Video 2.0
Il secondo elemento riguarda il modo in cui il prodotto entra nella narrazione. Lo smartphone della serie HONOR 600 non viene semplicemente mostrato in bella vista come oggetto di scena immobile, ma diventa lo strumento con cui la storia avanza.
La funzione AI Image to Video 2.0, che trasforma fotografie statiche in brevi sequenze video, è quella che permette a chiunque, anche senza competenze tecniche, di contribuire concretamente al film collettivo. Può sembrare una sfumatura da addetti ai lavori, ma sposta l'asse della comunicazione in modo sostanziale: si passa dal classico "guarda cosa sa fare questo telefono" a un "usa questo telefono per continuare a costruire quello che stai guardando". La tecnologia smette di essere una spiegazione passiva e diventa un'esperienza attiva.
Non è un dettaglio da poco anche in ottica anti-vampire: se il prodotto è la condizione necessaria perché la storia esista, diventa molto più difficile che il testimonial se lo mangi.
Tre episodi e una community che scrive la trama
La distribuzione in tre episodi ha permesso agli utenti di non limitarsi a guardare lo spot, ma di scriverlo nei commenti. Il primo video ha catturato l'attenzione e ha impostato il concept, il secondo ha aperto le scelte narrative spingendo il pubblico a proporre varianti e colpi di scena, il terzo ha chiuso il cerchio permettendo a ciascuno di completare il proprio film personalizzato.
Secondo quanto comunicato dal brand, alcuni degli spunti arrivati dai commenti sono stati selezionati e trasformati in contenuti reali della campagna. Non un contest con premio finale e non un semplice repost di UGC, ma contributi entrati nella narrazione ufficiale mentre la campagna era ancora in corso. Che è una cosa molto più rara di quanto la retorica sulla co-creazione lasci intendere.
I numeri della campagna e cosa dicono davvero
- Oltre 33 milioni di visualizzazioni totali generate sui social.
- Oltre 2.000 utenti che hanno partecipato attivamente commentando e proponendo idee, scene e plot twist.
- Centinaia di film personalizzati creati dagli utenti nel giro di pochi giorni.
Una precisazione onesta: sono dati comunicati da HONOR e non verificati da terze parti, quindi vanno letti per quello che sono. Detto questo, la metrica interessante non è il numero di visualizzazioni, che con un investimento adv sufficiente si compra. È la quota di pubblico che è passata da spettatore ad autore, e quella non si compra: uno spot lineare, per quanto ben girato, non la produce quasi mai.
Vale la pena aggiungere una nota sul buzz iniziale. Attorno al lancio sono circolate insistenti voci su un possibile addio di Scotti alla televisione, alimentate anche dallo stop estivo de La Ruota della Fortuna e da un clima di indiscrezioni sui palinsesti. L'annuncio del progetto con HONOR è finito dentro quella conversazione. Che sia stato calcolato o semplicemente sfruttato al volo non è dato saperlo, ma l'effetto è stato una prima ondata di attenzione organica prima ancora che partisse l'investimento pubblicitario.
Come scegliere un testimonial: quattro domande da farsi prima di firmare
- Esiste già una conversazione spontanea attorno a questo volto? Il social listening dovrebbe precedere la trattativa, non seguirla. Se il pubblico ha già costruito un immaginario attorno a quella persona, hai un vantaggio che nessun cachet può comprare. Se devi costruirlo da zero, mettici budget e tempo in proporzione.
- Quante altre campagne saranno on air nella mia stessa finestra? L'esclusiva di categoria ti protegge dai concorrenti, non dall'affollamento. È una domanda che si fa in fase di trattativa e che quasi nessuno fa.
- Il prodotto serve a far avanzare la storia o è solo appoggiato sul tavolo? Se lo spot funziona identico anche togliendo il prodotto dall'inquadratura, il Vampire Effect è già dentro la creatività.
- Cosa può fare il pubblico con questo testimonial? Trasformare lo spettatore in creatore paga in metriche reali e, come effetto collaterale, rende molto più difficile che il volto oscuri il marchio.
Domande frequenti sul Vampire Effect e sulla scelta dei testimonial
Che cos'è esattamente il Vampire Effect?
È il fenomeno per cui un testimonial molto noto o molto carismatico assorbe l'attenzione dello spettatore, che ricorda il volto ma non il brand pubblicizzato. Il rischio cresce quando la celebrity viene giustapposta al prodotto invece di essere integrata nella narrazione, e quando il suo personal brand è più definito di quello dell'azienda.
Come si riconosce il Vampire Effect in una campagna già online?
Il segnale più immediato arriva dai commenti: se parlano quasi esclusivamente del personaggio e quasi mai del prodotto, l'attribuzione è debole. In fase più strutturata si misura con test di brand recall assistito e non assistito, chiedendo agli intervistati quale marchio ricordano dopo l'esposizione allo spot.
Meglio una celebrity o più micro-influencer?
Dipende dall'obiettivo. La celebrity funziona per costruire awareness rapida e generare earned media, i micro-influencer funzionano per convertire su nicchie specifiche, perché la fiducia dentro community piccole è più alta. Non sono alternative in concorrenza, sono strumenti pensati per fasi diverse del funnel.
Quante campagne contemporanee sono troppe per un testimonial?
Non esiste una soglia valida per tutti, ma il caso Beckham ai Mondiali 2026 offre un riferimento concreto: undici campagne simultanee nella stessa finestra di cinque settimane hanno prodotto riconoscibilità altissima del volto e attribuzione al brand molto debole. In fase contrattuale conviene chiedere esplicitamente quali altre attivazioni siano previste nel periodo.
Il testimonial ha ancora senso nel 2026?
Sì, ma cambia il modo in cui va usato. Non basta più comprare un volto e affittarne la notorietà per trenta secondi: serve costruirci attorno un meccanismo in cui il pubblico abbia qualcosa da fare. Il caso HONOR mostra che quando il testimonial diventa il punto di ingresso di un'esperienza partecipativa, l'endorsement produce risultati che uno spot tradizionale non riesce a generare.
Il punto
Il testimonial ha smesso di essere un volto da affittare per trenta secondi ed è diventato un pezzo di narrazione da costruire, il che richiede competenze diverse da quelle che servivano vent'anni fa.
Beckham dimostra che la riconoscibilità massima, moltiplicata per undici, tende ad annullarsi. Ibrahimovic dimostra che un personaggio troppo forte può oscurare qualunque messaggio gli si metta accanto. HONOR dimostra che un volto già amato dalla rete, inserito in un meccanismo dove il pubblico ha qualcosa da fare, produce una cosa che nessuno spot riesce a comprare: persone che lavorano per te gratis e volentieri.
Alla fine la domanda da porsi in fase di brief non è quanto sia famoso il testimonial che stiamo valutando. È cosa potrà farci il pubblico, una volta che l'avremo messo in campo.




